Fake AI e propaganda: come i video virali mostrano Tel Aviv distrutta e alimentano la disinformazione su Israele

Redazione

Marzo 10, 2026

Le immagini di Tel Aviv in fiamme si sono propagate sul web come un incendio, ma non credete a tutto ciò che vedete: quel video è un falso generato dall’intelligenza artificiale. Scene spettrali, con cittadini in fuga, sembrano rubate dalla realtà, ma basta uno sguardo attento per smascherare l’inganno. Eppure, proprio questa incertezza alimenta la diffusione virale, mescolando paura e disinformazione con una rapidità sconcertante. Dietro quei fotogrammi digitali si nasconde un gioco di propaganda e interessi, che sfrutta la tensione di un conflitto reale per amplificare ansie e divisioni. I social non sono più solo piattaforme di condivisione, ma veri e propri campi di battaglia dove la menzogna corre di pari passo con le crisi geopolitiche.

Deepfake, l’arma invisibile della guerra digitale

Negli ultimi mesi, i video creati con l’intelligenza artificiale sono aumentati a dismisura, soprattutto nelle zone calde come il Medio Oriente. Questi strumenti permettono di mettere insieme immagini e filmati che sembrano veri ma non lo sono, aprendo scenari inquietanti. I deepfake di Tel Aviv distrutta non raccontano solo una versione falsa dei fatti, ma veicolano messaggi ideologici precisi.

La diffusione avviene soprattutto su TikTok, Twitter e Instagram, dove video spettacolari raccolgono milioni di visualizzazioni e scatenano emozioni forti come paura e rabbia. Alcuni gruppi puntano a demoralizzare la popolazione israelianala paura si legge anche nelle poche e nervose reazioni degli utenti – mentre altri cercano di rafforzare il proprio sostegno mostrando vittorie militari inesistenti. Il problema è che queste immagini sfuggono quasi sempre a un controllo immediato e la loro rapidissima circolazione aumenta la confusione, anche tra chi vorrebbe capire cosa sta succedendo davvero.

Dietro i video falsi, un business che non si ferma

Spesso si dimentica che dietro la creazione e la diffusione di questi video c’è un vero e proprio giro d’affari. Dietro le quinte lavorano campagne mirate e influencer digitali capaci di attirare un pubblico enorme. L’intelligenza artificiale ha abbassato di molto i costi per creare immagini sofisticate, così chi ha un minimo di dimestichezza tecnica può confezionare storie credibili e d’impatto.

Questi video generano traffico, like e condivisioni che si trasformano in soldi veri. Le pagine che pubblicano video inquietanti ma accattivanti possono guadagnare con sponsorizzazioni, pubblicità e collaborazioni. Spesso dietro ai deepfake si muovono reti di propaganda finanziata: gruppi esterni che investono per influenzare l’opinione pubblica a livello globale, tessendo una rete invisibile di sostegno economico.

Perché tanti ci credono? La risposta è nella mente

Non va sottovalutato l’aspetto psicologico che spinge milioni di persone a condividere e a credere a immagini così distorte. Nei momenti di crisi, si cerca una risposta semplice a situazioni complicate. Quel video di Tel Aviv ridotta in macerie diventa uno strumento per chi vuole pensare che il nemico stia perdendo, una specie di consolazione.

Dall’altra parte, vedere città distrutte diventa una sorta di rivalsa simbolica: un modo per reagire, anche a distanza, alle sofferenze reali del conflitto. Le fake news funzionano come un placebo, rafforzano le identità di parte e nutrono un senso di appartenenza, anche a costo di manipolare l’immaginario collettivo. Così si crea un circolo vizioso dove le false notizie diffondono ansia e paranoia, ma allo stesso tempo rispondono a un bisogno umano profondo: dare un senso al caos.

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