L’ex terza carica dello Stato ora lavora in uno scantinato: il racconto di Irene Pivetti

Irene Pivetti

Irene Pivetti, ex Presidente della Camera. Fonte foto www.wikipedia.org-vcode.it

Franco Vallesi

Agosto 30, 2025

Un tempo terza carica dello Stato, oggi Irene Pivetti affronta un processo, la povertà e una nuova vita tra volontariato e dignità ritrovata.

ROMA – Il 15 aprile del 1994, a soli 31 anni, Irene Pivetti diventava la più giovane presidente della Camera dei Deputati nella storia della Repubblica. Una carriera politica fulminea, un volto noto anche in televisione, simbolo di una nuova generazione. Oggi, nel 2025, di anni ne ha 62 e il racconto della sua vita recente è quello di un crollo verticale, tra accuse giudiziarie, povertà estrema e un tentativo di rinascita in un seminterrato dove ha ricominciato a lavorare partendo dalle pulizie.

È lei stessa, in un’intervista a Hoara Borselli per Il Giornale, a ripercorrere gli ultimi anni segnati da una valanga giudiziaria che l’ha travolta: accuse di evasione fiscale e autoriciclaggio, una condanna a quattro anni per la presunta finta vendita di alcune Ferrari in Cina, e un secondo processo ancora in corso legato alla compravendita di mascherine durante l’emergenza Covid.

So di non avere fatto assolutamente niente di male”, afferma Pivetti con voce ferma. “Mi hanno distrutto l’immagine, tolto la credibilità e annientata economicamente”. La descrizione che fa della sua condizione è quella di un’esistenza azzerata: “Mi hanno sequestrato tutti i conti correnti. Un Pm ordinò perfino il blocco di una postepay con dentro un euro e nove centesimi”.

Dalla politica ai pacchi della Caritas: il crollo e la vergogna superata

Il crollo economico è stato repentino e brutale. “Non mi vergogno a dire che non avevo i soldi per mangiare”, confessa. “Ho venduto tutto ai rigattieri, anche i regali di nozze. Durante il lockdown non riuscivo neppure a fare la spesa”.

A salvarla, in quei mesi durissimi, è stata la Caritas di San Vincenzo: “Andavo a ritirare pacchi con cibo in scatola e lattine”, racconta. Ma anche l’aiuto è arrivato da una cooperativa di ex detenuti, la Mac Servizi, che operava in uno scantinato. Lì ha cominciato come volontaria, facendo le pulizie, sistemando scatoloni, mettendosi a disposizione in ogni modo. Poi è arrivata una busta paga da mille euro al mese. “Quando ho visto quello stipendio, non potevo crederci. Finalmente avevo i soldi per mangiare”.

Presidente Camera
Irene Pivetti quando era Presidente Camera. Fonte foto www.storia.camera.it-vcode.it

Pivetti descrive quell’esperienza come straordinaria, perché le ha restituito una dignità concreta, in mezzo a un contesto in cui nessuno sembrava più volerla: “Ero come appestata, per tutti. Nessuna consulenza, nessun incarico, i politici di un tempo tutti spariti”.

Nonostante tutto, l’ex presidente della Camera continua a professarsi innocente. Non nega il senso di accerchiamento, ma respinge l’idea di un complotto contro di lei. Piuttosto, accusa il funzionamento della giustizia italiana. “Ho scoperto, vivendoci dentro, che la macchina giudiziaria è ciclicamente una macelleria”, dice senza giri di parole. “È una struttura che preferisce fare sacrifici umani piuttosto che cercare la verità”.

Le sue parole sono dure, amare, frutto di una lunga sofferenza. Descrive un sistema in cui “nei documenti giudiziari si scrivono cose incredibili, offensive, illogiche, false”. E aggiunge: “Qualunque cosa tu dica, sarà usata contro di te. Sei completamente impotente”.

Non risparmia critiche, ma neanche semplificazioni. “Ci sono magistrati bravi, avvocati onesti, pm che servono davvero la giustizia. Ma la macchina – quella che macina vite – è più grande di tutti loro”.

La paura del carcere e una vita da ricostruire “oggi, non domani”

Il presente, però, è ancora pieno di paura. Irene Pivetti sa bene che il processo potrebbe non concludersi mai o concludersi con una condanna. E lei, in cuor suo, si prepara. “Vedo due possibilità: una è che io finisca in carcere, ingiustamente. E devo essere pronta. L’altra è che il processo non finisca mai, potrebbe durare più della mia vita biologica”.

Racconta di avere il terrore di restare intrappolata per sempre in una vicenda giudiziaria senza fine, con la prospettiva di “arrivare a 70 anni per avere la verità”. Ma poi, con un tono più deciso, conclude: “Ho deciso di non aspettare per tornare alla vita. Devo vivere oggi”.

Una dichiarazione che non è rassegnazione, ma semmai una presa di coscienza radicale, figlia di anni di marginalità e silenzio. Per lei, il ritorno alla vita non passa dalla politica, ma da gesti concreti: una casa da pulire, uno stipendio da mille euro, la libertà di camminare per strada a testa alta.

La parabola di Irene Pivetti è cruda, potente, tragica e umana. Una figura pubblica che ha vissuto l’ascesa più rapida e il crollo più brutale. Ma anche una donna che ha scelto di non soccombere, che ha toccato il fondo e provato a risalire con quello che aveva: le mani, il tempo, il coraggio di raccontarsi. Forse, in mezzo a un’Italia che spesso dimentica, questa storia vale più di mille discorsi sulla giustizia e sulla politica. Perché parla di ciò che resta quando tutto il resto svanisce: la forza di continuare.

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