Il sipario si apre al Teatro Olimpico di Vicenza su un’immagine che non si dimentica: bambini intrappolati nella morsa della guerra, occhi grandi pieni di paura e speranza. “E morte non avrà dominio” non è solo uno spettacolo; è un tuffo nella solitudine che si vende come merce, in un potere che soffoca ogni angolo della vita privata. Tra parole e note, il tempo scorre veloce, portando con sé ansie e inquietudini. Ma, in mezzo a tutto questo, la poesia resiste — fragile ma tenace — come l’ultimo rifugio di umanità in un mondo che rischia di perdere se stesso.
Bambini, guerra e perdita: la scena che non lascia scampo
Al centro dello spettacolo ci sono i bambini travolti dai conflitti di oggi. Non si tratta di numeri o freddi resoconti, ma di restituire la loro innocenza spezzata attraverso immagini e suoni che colpiscono dritto al cuore. La scena non lascia spazio a filtri: vuole scuotere e far vedere la crudeltà di guerre che spengono vite senza pietà.
I bambini diventano simboli chiari e dolorosi di un’umanità fragile, messa a rischio. Silenziosi, sì, ma con una presenza che non si può ignorare. L’intento è quello di far riflettere sulla responsabilità di tutti noi e sulle conseguenze di conflitti spesso lontani ma che non devono essere dimenticati. Il teatro si fa così voce di denuncia e memoria viva.
Solitudine, affari e controllo: il potere che si nasconde
Ma “E morte non avrà dominio” non parla solo di guerra. Scava anche nella solitudine di oggi, trasformata in un vero e proprio affare. Non è più solo una condizione umana, ma qualcosa che si può sfruttare, vendere e soprattutto controllare.
Lo spettacolo mostra come la solitudine venga usata e manipolata in diversi ambiti sociali e tecnologici. Mentre ci alieniamo sempre di più, cresce anche la sorveglianza: non solo per “pulire” spazi o oggetti, ma per “controllare” comportamenti e rapporti personali, cambiandone la natura e togliendo spontaneità. Qui la pulizia diventa simbolo di controllo, ogni gesto è osservato, a volte imposto.
Il messaggio è chiaro: in un mondo dove tutto gira intorno al profitto e al controllo, la solitudine diventa terreno fertile per nuovi poteri che svuotano di energia e riducono la libertà.
Il tempo che scappa e la poesia come rifugio
Un altro tema forte è il tempo, raccontato come un flusso inarrestabile che ci sfugge di mano. Quel senso di smarrimento per il passare inesorabile dei giorni si mescola alla ricerca di un rifugio, uno spazio dove conservare ciò che resta dell’umano.
La poesia qui non è un semplice ornamento, ma una vera “arca” che protegge la parte più profonda di noi. Una forza che resiste all’indifferenza e alla perdita di senso.
Il linguaggio poetico rompe la narrazione lineare, aprendo spazi di riflessione intima e intensa. Musica, parole e immagini si fondono per un’esperienza che coinvolge a fondo, invitando a ritrovare emozioni e temi fondamentali.
Capossela e Capovilla: un dialogo tra musica e poesia
Sul palco, due protagonisti della cultura italiana contemporanea: Vinicio Capossela e Lino Capovilla. La loro collaborazione è un ponte che unisce musica e poesia in un dialogo continuo.
Capossela porta la sua musica ricca di suggestioni e un modo di raccontare unico; Capovilla aggiunge una sensibilità poetica profonda, fatta di immagini forti e evocative. Insieme danno vita a uno spettacolo intenso, capace di trasmettere emozioni profonde.
La scaletta alterna momenti di grande coinvolgimento emotivo a pause di silenzio e riflessione, mantenendo un equilibrio che evita retorica e lezioni di stile.
Sul palco del Teatro Olimpico si scrive così una pagina importante di teatro musicale e poetico, un’opera che parla di temi duri con un linguaggio denso e contemporaneo. Qui, vita e morte si sfiorano, ricordandoci che poesia e arte restano strumenti indispensabili per affrontare un mondo spezzato e incerto.