Par condicio, i giornalisti Rai non ci stanno a essere “il megafono del governo”

Par condicio: il sindacato dei giornalisti Rai contro la scelta dell’azienda di consentire ai rappresentanti del governo di parlare nei talk senza vincoli di tempo e senza contraddittorio

Il servizio pubblico televisivo ridotto a megafono del governo è la denuncia senza mezzi termini dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti della TV di Stato.

Ministri e sottosegretari infatti non avranno alcun vincolo di tempo nei programmi e potranno dire ciò che vorranno purché sia riferito all’attività istituzionale.

La protesta dei giornalisti Rai riguardo alla par condicio dei talk

Ecco cosa recita il comunicato Usigrai: “La maggioranza di governo ha deciso di trasformare la Rai nel proprio megafono. Lo ha fatto attraverso la Commissione di Vigilanza che ha approvato una norma che consente ai rappresentanti del governo di parlare nei talk senza vincoli di tempo e senza contraddittorio. Non solo, Rainews24 potrà trasmettere integralmente i comizi politici, senza alcuna mediazione giornalistica, preceduti solamente da una sigla. Questa non è la nostra idea di servizio pubblico, dove al centro c’è il lavoro delle giornaliste e dei giornalisti che fanno domande (anche scomode) verificano quanto viene detto, fanno notare incongruenze. Per questo gentili telespettatori vi informiamo che siamo pronti a mobilitarci per garantire a voi un’informazione indipendente, equilibrata e plurale”.

Lettura del comunicato da parte della giornalista su TG 1 e 2
Lettura del comunicato da parte della giornalista su TG 1 e 2 – Screenshot della diretta Rai – Vcode.it

 

Ma come è cambiata esattamente la legge sulla par condicio e in che modo inciderà sulle prossime elezioni europee alle porte? Per par condicio si intende quell’insieme di regole che garantisce la parità di accesso a determinati spazi nei mezzi di informazione ai vari partiti politici, in particolare nei periodi che caratterizzano l’avvicinamento a tornate elettorali.

L’emendamento in questione, proposto da alcuni partiti della maggioranza di governo, riguarda una delibera AGCOM che valuta le presenze dei politici nei programmi televisivi non solo in termini di quantità, ma anche di qualità, ovvero rapportando il tempo speso attraverso il criterio delle fasce orarie più popolate e che registrano maggiori ascolti.

Nel pomeriggio del 12 aprile un’ulteriore svolta: oggi AGCOM ha approvato senza modifiche la delibera sulla par condicio, per quel che riguarda le tv private.

Da una nota del commissario AGCOM, Antonello Giacomelli, al termine del Consiglio dell’Autorità che si è tenuto questa mattina a Roma, emerge che: “Nel Consiglio di oggi abbiamo approvato in via definitiva il nostro regolamento sulla par condicio, prendendo atto che il testo è perfettamente sovrapponibile con la delibera adottata dalla Commissione di vigilanza […] Pertanto, le prerogative dei diversi soggetti istituzionali e politici rimangono inalterate nei termini fissati dalla normativa e, conseguentemente, i criteri e le valutazioni di AGCOM nell’esercizio del suo dovere di vigilanza saranno gli stessi delle consultazioni precedenti e saranno applicati in modo uniforme sia per le tv private che per il servizio pubblico”.

Tuttavia il testo del regolamento approvato per le TV commerciali da AGCOM non include le variazioni stabilite proprio dalla Commissione di Vigilanza ed è quindi verosimile che tv pubblica e privata dovranno seguire regole differenti nel corso della campagna per le Europee dell’8 e 9 giugno. A stabilirlo, in ogni caso, saranno i conteggi che poi verranno effettuati da AGCOM a posteriori.

La Rai in questi giorni si è anche mobilitata per il possibile addio di Amadeus: dopo le indiscrezioni delle ultime ore che vogliono il conduttore in uscita dall’azienda dopo anni di successi, si solleva la protesta del sindacato dei giornalisti.

Attraverso un comunicato Usigrai contesta l’immobilismo dell’attuale dirigenza: “Il possibile addio di Amadeus rischia di essere l’ennesimo duro colpo per la Rai”.

Il comunicato prosegue definendo il possibile addio di Amadeus alla Rai come “una perdita che potrebbe avere gravi ripercussioni sugli ascolti ed anche sui conti dell’azienda. Un probabile passaggio a una rete concorrente – purtroppo non il primo – che non può non preoccupare, riconducibile ad un vertice (AF e DG) che ha occupato manu militari il Servizio Pubblico”. Il possibile passaggio di Amadeus a NOVE suggerisce, inevitabilmente, un parallelismo con il caso di Fabio Fazio.

Soprattutto perché se per Fabio Fazio non c’è stata una responsabilità diretta di questo vertice, in questo caso più fonti sostengono che la scelta dell’artista di lasciare la Rai non sia stata dettata da ragioni economiche, bensì dalla delusione rispetto all’impossibilità di innovarla.

Sui giornali, inoltre, si legge di pressioni sul conduttore per far lavorare personaggi dello spettacolo vicini alla presidente del Consiglio. Un metodo che, se confermato, danneggerebbe fortemente la nostra azienda.

Il comunicato dell’esecutivo Usigrai si chiude con un attacco diretto ad amministratore delegato e direttore generale: “La Rai a guida Sergio Rossi è attenta solo alle sollecitazioni della maggioranza di governo e dei partiti di genere. Tace di fronte a norme sulla par condicio, che rischiano di far fuggire altri telespettatori, e investe su costosissimi programmi flop”.

Anche Fiorello ha annunciato su Viva Rai2 che Amadeus lascerà la Rai per passare a NOVE. Difficile capire se quelle del conduttore siano state parole ironiche, come spesso accade durante il suo programma, o se questa volta Fiorello faccia sul serio. Sul suo conto e la prospettiva di un passaggio congiunto a NOVE, Fiorello ha affermato: “Nessuno mi ha chiamato”.

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